FELIPE CARDEÑA

Felipe Cardeña, ad oggi conosciuto per i suoi immensi collage su tela, è stato descritto dal Corriere della Sera "artista misterioso in stile Banksy".

In verità, quest'artista è sempre esistito, a partire dalle sue apparizioni di fronte ai più importanti musei del mondo, con performance pubbliche e di grande effetto.

Si ricordi la sua apparizione, nel 2005, alla mostra Miracolo a Milano, al Palazzo della Ragione di Milano, restando per sei ore immobile, “mimando” la statua di San Giovanni Battista decollato.

Dopo alcune apparizioni all'interno di diverse esposizioni, come Vade Retro (a cura di Vittorio Sgarbi ed Eugenio Viola) e Street Art Sweet Art a Milano, verso la fine del 2007 nasce il primo grande progetto di Cardeña: Power Flower. Power Flower è l'occasione per scoprire il colore, esplorandone le sfumature, e giocare con gli accostamenti; i soggetti di queste opere, infatti, sono diversi (vanno dalle antiche statue greche fino ai Manga, passando per icone pop, come supereroi e pin-up), ma accumunate da uno sfondo sgargiante.

Nel 2011 è presente alla mostra The First Italian Show, curata da Luca Beatrice alla First Gallery di Roma. Nello stesso anno è invitato alla 54. Esposizione Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia, in ben due padiglioni nazionali: il Padiglione Italia, curato da Vittorio Sgarbi all’Arsenale, e il Padiglione della Repubblica di Cuba.

 Nel 2014 è invitato a partecipare al progetto sociale, promosso dal Ministero della cultura brasiliano, Deu Na Telha, nella favela Morro do Alemão, a Rio de Janeiro, dove realizza sui tetti delle case un grande murale, per far conoscere e promuovere l’arte tra i giovani delle comunità locali.

Lorenzo Viganò ha scritto che i quadri di Felipe Cardeña, “giocando con la moderna tecnica del taglia-e-incolla – sorella più radicale e coraggiosa dell’ormai tanto praticato ‘copia e incolla’ – sono diventati uno stato di coscienza (o di allucinazione?), un trip visivo, la rappresentazione artistica dei viaggi lisergici così tanto raccomandati negli anni Sessanta da Timoty Leary ‘per elevare la propria spiritualità’ e così bene cantati dai Jefferson Airplane in White Rabbit, vero inno della cultura psichedelica”.